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venerdì 22 maggio 2015

Risultati workshop Multipolis: Padova, marzo 2015

Da alcuni anni collaboro con l'associazione Noi sulla strada di Padova. Ci sono gruppi con cui accade: dal primo momento si crea un clima, un'atmosfera, una condivisione importante, profonda.

Il lavoro di gruppo che condividiamo ha una cadenza variabile, scandita da incontri seminariali intensivi: un gruppo composito, composto da volontari e professionisti, giovane per età, che con freschezza e disponibilità si dedica una giornata intera ogni tre mesi per approfondire le tematiche della relazione di cura, del prendersi cura di persone in situazione di marginalità durante il lavoro di strada, negli interventi nei dormitori, così come all'interno del progetto Kuklos.
Le nostre giornate di lavoro durano dalle 9.30 alle 17.30, e sono aperte agli argomenti ed ai contributi proposti dai partecipanti, raccolti di volta in volta nella fase iniziale del lavoro del gruppo.
Nell'incontro di inizio marzo 2015, il gruppo ha approfondito tre temi importanti:
  • come ci poniamo rispetto alle attività che facciamo
  • come sia possibile rapportarsi alle mancanze degli altri
  • come gestire la propria dimensione di essere parte della relazione di cura, sia come operatore che come volontario, dopo una giornata intensa
Come in altre occasioni, il gruppo ha dato la sua disponibilità a raccogliere il materiale risultato dal lavoro, in modo da poterlo condividere anche all'esterno del momento della giornata.
Di seguito alcuni degli spunti sviluppati.    
La qualità emotiva della relazione non è statica, ma si sviluppa all'interno di una matrice di reciprocità. Questa a sua volta è, per così dire, immanente: la reciprocità è una qualità intrinseca della relazione, che rappresenta l'elemento di unicità in cui confluiscono tutte le significazioni delle persone che vi partecipano.
In questa ottica, è possibile sviluppare un "condensato" di consapevolezza: la consapevolezza della nostra condizione identitaria (chi siamo noi); della nostra situazione emotiva (come siamo stati prima, e come stiamo in quel dato momento); delle nostre pregiudiziali e stereotipie (come ci siamo rappresentati ciò che avremmo trovato); della natura dei movimenti che una determinata situazione relazione ci richiede (cosa riceviamo e cosa portiamo e proiettiamo nella relazione).
Questa consapevolezza può diventare un “saperne di sé”, che rimanda al potere modale di farsene qualcosa in quanto informazione di sé all'interno di una dimensione di riconoscimento dei limiti propri, dell'altro, e della relazione.
Attraverso una simulazione diventa possibile così vedere come un movimento relazionale (nel caso l'aggressività) si riferisse ad un movimento proiettivo di un disagio esistenziale e reale, che perdurando tende a cristallizzarsi e tramutarsi in un assoluto dal quale la persona si difende spostando la qualità emotiva del proprio “starne male” in una domanda di riconoscimento esterno come una persona diversa dall'aggressività esibita.
Per superare gli stalli relazionali, ovvero situazioni relazionali che tendono a riprodursi in modo simile, se non a volte identico, il gruppo si trova ad affrontare un nodo sostanziale di ogni relazione di cura. Il prendersi cura non è infatti un atto sovra-determinante (non sono io a determinare la cura dell'altro), ma un percorso in cui il vero soggetto della cura è colui/colei che ne fa richiesta. Come ognuno ha potuto sperimentare, l'unico cambiamento possibile parte solo quando la persona interessata lo sente prima come possibile (è suo potere cambiare), poi come ottenibile (è suo volere farlo). Approcciarsi alla domanda di cura implica così per l'operatore e il volontario una domanda sostanziale: quanto e cosa è disposto a cambiare di sé stesso.

La qualità emotiva è sempre, imprevedibilmente, imprescindibilmente e implicitamente preziosa: ogni emozione è primariamente un'emozione, e prima di essere un giudizio valoriale (solitamente sull'asse buona/cattiva, che rimanda ad una consunta dialettica bene/male) è una modalità per dirne qualcosa del nostro essere. Rabbia, noia, felicità, odio, godimento, serenità sono una parte del discorso profondo che si rivela e disvela a noi e agli altri. Ignorare l'emozione, silenziarla, dice qualcosa del soggetto, delle sue difese: il silenzio è un muro.
Come in ogni altro momento della vita, anche la relazione di aiuto ha una doppia modalità del fare, specificamente un “fare a più” e un “fare a meno”. In un discorso di un agire consapevole, la condivisione del fare gruppo, il cambiare punto di vista, i movimenti del discorso, la percezione dei limiti e del pericolo diventano una modalità del fare. L'isolamento, e l'isolarsi, l'agire d'istinto, l'esporsi di fronte al rischio, di fatto aumentandolo o involontariamente fomentandolo diventano la dimensione del fare a meno della consapevolezza.

Come anche altre volte in passato, oltre alle consuete modalità di lavoro con lo strumento MultiPolis, abbiamo condiviso un processo di fare consapevolezza condivisa e collettiva che mi era stato ispirato da Alice, una giovane collega psicologa di Padova. La sua lista di domande per un questionario era stata lasciata su una scrivania, e, avendole viste in un pausa di un lavoro di gruppo, mi ero chiesto: perché non rispondere tutti insieme, così da favorire un processo dal gruppo al gruppo?
Il processo è semplice: il gruppo identifica una situazione ed un caso da affrontare, quindi esplicita ed elenca una serie di domande ad esso relative. In questa simulata, i partecipanti si siedono in cerchio, tenendosi per mano e chiudendo gli occhi, in modo da creare anche fisicamente una circolarità e un guardarsi dentro, a cui il conduttore da voce girando intorno al cerchio e interrogando i singoli partecipanti, e dando così voce alle diverse parti dell'identità collettiva e condivisa (tanti corpi in connessione che sperimentano un'identità).
L'intensità dello scambio, la qualità della condivisione ha rappresentato un momento che ho sentito davvero importante.
Approfitto quindi per ringraziare Alice per aver ispirato il gioco, e per aver condotto insieme a me in questo incontro. La saluto con un augurio di "buon tutto" per il nuovo progetto e la sua avventura in America latina.
Come sempre, un ringraziamento speciale va ai partecipanti per la fiducia, la condivisione e la qualità del lavoro che abbiamo fatto insieme, e un grazie particolare ad Anastasia per la testimonianza fotografica.

I risultati di altre sessioni sono disponibili digitando Multipolis nella nuvola degli argomenti. Ne segnalo alcuni di seguito:
- Multipolis @ Codroipo (Udine) 2014 
- Multipolis @ scuola elementare Torino 2014
- Multipolis @ scuola materna Torino 2014
- Multipolis @ Torino 2007
- Multipolis @ Malmö (Svezia) 2006
- Multipolis @ Vienna (Austria) 2006

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