i pensieri del dentro 15 - la singolarità che può bastare a sé stessa

Abitare il senso della parola è parte di ogni lavoro di cura. Segna la possibilità di operare una sorta di equazione matematica della singolarità. 
Il riconoscimento della singolarità della parola è sempre pronunciato da una voce, espressione anch'essa di una singolarità. 
Così come la voce è strumento modulare e modulato dalla singolarità irripetibile della persona che pronuncia la parola, così la sua unicità esprime l'equilibrio delle tensioni interiori che si accumulano e si contrappongono nella storia individuale. 
Come diceva Lowen “essere pieni di vita significa respirare profondamente, muoversi liberamente e sentire con intensità”. 
Diciamo tutto con il corpo, di cui la voce è pur sempre uno strumento. 
Proprio come un'equazione matematica è vera se reversibile, allo stesso modo possiamo rendere il senso di Lowen come un percorso di soggettivazione a ritroso. 
La profondità, la libertà e l'intensità di una vita si ritrova nella voce che ha il tono di ciò che nella vita è trascorso. 
Durante il lavoro di cura può capitare di assistere ad una variazione, inizialmente impercettibile e poi via via più marcata, del tono della voce che accompagna il percorso di soggettivazione delle persone. 
Come ben sapeva Proust, un viaggio di scoperta può portare ad esplorare nuove terre, ma anche e soprattutto un viaggio di scoperta si sostanzia nell'avere nuovi occhi. Quindi nuove narrazioni, composte da nuove parole e da una voce che le scandisce. 
Il percorso di cura è un viaggio che può portare a vedere la vita, con tutto ciò che accade ed è apparecchiato davanti ad ogni persona, arricchita di nuove aperture e nuove prospettive. 
Il percorso di soggettivazione comporta una nuova visione. 
Possiamo autorizzarci ad un nuovo punto di vista che determina una rivisitazione politica del legame con sé, con la propria storia, con il mondo, con il reale che vi insiste. 
Curiosamente, tutto è uno senza mai divenirlo completamente. 
La fisica ci insegna che il legame atomico, ciò di cui tutte e tutti siamo fatti e che tutto tiene insieme, si compone a partire dalla condivisione e dallo scambio di ciò che a livello di orbitale atomico è componente negativa e mancante. 
Il legame si crea con ciò che orbita intorno al nucleo più profondo e fa legame unendo una concatenazione a partire da ciò che manca. 
Considerando che vale in chimica, in fisica e in biologia, forse potremmo vedere in questa definizione di legame qualcosa di più che una metafora, e considerare una rivisitazione radicale dello stare nei legami e nelle relazioni, a prescindere che sia con sé stessi, con la propria storia, con l’altro. Altro indissolubile, preciso e generico insieme, un altro che può essere partner, amico o amica, figlio o figlia, genitore, insegnante. Umano. 
Come nella chimica tanto minore è la lunghezza del legame, più un legame è forte, essendo la forza che tiene uniti gli atomi maggiore, così può accadere tra i bipedi. Maggiore è il contenuto energetico di una persona, più difficile sarà che il legame venga meno. Maggiore è la consapevolezza e la pacificazione con ciò che è mancante, minore sarà la distanza da già che è mancante, maggiore sarà la forza del legame. 
Cosa c’è di particolare in questa semplice affermazione che conosciamo tutti sin dalla scuola media? 
La domanda è semplice, ma ne discendono postulati radicali, specie se pensati a confronto con la comune convinzione che il legame abbia invece a che spartire con la somiglianza, la vicinanza o la comunanza. Dire che il legame è un orbitare intorno ad un nucleo di profondità a partire da ciò che è mancante, e tradurlo dalla dimensione atomica alla dinamica relazionale, comporta la possibilità di fare legame a prescindere dalla dimensione di dipendenza e dalla dimensione di funzionalità. 
Così mentre il rapporto deve la sua natura letterale ad un riportare per malizia o convenienza, il legame è un annodare orbitando intorno al nostro nucleo più profondo come un abbraccio. 
L’abbraccio si sceglie, si offre, si accoglie, si completa. 
Non più impossibilità di liberarsi. 
Non già consumistico e utilitaristico do-ut-des. 
Persino oltre la reciprocità cantata dagli Stones di “you can’t always get what you want, you get what you give”. 
La revisione politica del legame è parte del processo di soggettivazione nel suo radicale riappropriarsi della possibilità di fare legame a partire da ciò che è mancante, a prescindere e nonostante. 
Ho sempre pensato che il lavoro di cura e la soggettivazione abbiano un che di radicale nell’accompagnare alla riscoperta delle radici di ciò che si è. La soggettivazione è di fatto un percorso radicale che affondando e sondando la profondità che ci sostiene, consente di portare nuovo nutrimento alla pianta della vita stessa. 
La magia delle parole permette di aggiungere molteplici aggettivazioni, permettendo al soggetto di dare voce alla nuova prospettiva di assaporare la vita che può tornare ad avere, a suo modo, il sapore della soddisfazione. 
Già, soddisfazione. Letteralmente è “satis-facere”, cioè un fare abbastanza. 
La soddisfazione nulla c'entra quindi con la corsa infinita al consumo di un godimento che sta sempre nel mondo dell’altro. Ha a che spartire con il permettersi di fare, di fare a più e di fare a meno, di essere abbastanza. Di scoprire l'arte antica di bastarsi. Di dire basta. 
Ogni persona può scoprire di sapere ciò che non sempre sapeva di sapere, ovvero che ogni individuo ha diritto di abitare questo bastarsi. Si può dire “so-di-fare”, ma anche “so-disfare”. 
Curiosamente, pronunciandoli a voce, il suono è quasi identico. Sarà il modo unico e individuali di accentarli, saranno i significanti a indicare il senso, recuperando quel sapere profondo, radicale nel suo radicarci in profondità, che rende paghi, o, come si suole dire, consente di convertire il debito del dovere per il dovere in un potere. 
Potere di essere, di riscrivere la propria posizione nel mondo, mondandosi dai lasciti dolorosi e traumatici del passato. 
La cura consente questo passaggio esistenziale. 
Qualche tempo fa una giovane donna disse, con la voce di una consapevolezza che era al contempo leggera e drammaticamente sofferta, “capisco ora che spesso ho utilizzato i fantasmi del passato per proteggermi dalla possibilità di vivere la vita, per proteggermi dalla possibilità di abitare, per quanto possibile, il mio bene …”. 
I fantasmi esistono, li generiamo per non essere anche soli oltre che nelle tenebre, come accade solitamente ai cuccioli dei bipedi. A volte, specialmente da piccoli, subiamo il mondo esterno che genera per noi dei fantasmi assoluti. 
Spesso, crescendo, dimentichiamo che i fantasmi sono tali finché parla la paura, e che possiamo, una volta adulti, avvicinarli, riconoscerli, provare a trasformarli in spiriti che invece che paura possano farci da guida. 
Ho incontrato spesso storie di persone, uomini e donne, che avevano vissuto una vita costretta tra una manipolazione basata su ricatti emotivi e affettivi materni, e la presenza di una violenza paterna fisica o psicologica diffusa e costante. 
Crescere in questa dimensione non può che generare fantasmi, e segnare una significazione drastica del proprio bene come qualcosa che risulta costantemente annullato. A furia di fare a meno del proprio bene, accade che diventi quasi un estraneo. Ce ne si convince, come accade alcune volte. Si insinua sottile e potente un fantasma enorme, che fa paura e che ripete che il proprio bene è qualcosa a cui non si ha diritto. 
Di fronte alla morsa dei ricatti affettivi da una parte e della violenza fisica e/o psicologica dall’altra, l'unica soluzione vivibile che rimane è seguire il discorso della paura, l'unico che permette al cucciolo di bipede di sopravvivere. 
Può essere faticoso e doloroso permettersi di distaccarsi da una realtà che parla la voce del passato. Ma possiamo permetterci di tornare a vivere il nostro presente, quella dimensione temporale così particolare, unica davvero abitabile, che ci permette di tornare a sentirci nel nostro potere di essere ciò che siamo e di vivere la nostra vita. 
Così, in un'altra occasione, con una voce di grande disarmata lucidità, la giovane donna aggiunse “sin da bambina è stato così, un periodo in cui dicevo a me stessa che il contrario di volersi bene era avere paura … nella vita ho sempre avuto paura, troppa, e ora mi avanza …”. 
Ciò che avanza è sempre un resto, ciò che rimane in opposizione a ciò che può essere lasciato. Per una bizzarria linguistica, permettersi di fare il passo di lasciare andare è ciò che apre al resto della vita, a ciò che è sempre stato saturato e mai mancante. 
Le emozioni sono pervasive, e più sono intense, dolorose e continuative, meno possibilità ha il cucciolo di bipede di permettersi di immaginare la possibilità di abitare una dimensione diversa. 
Quando la vita, nelle sue infinite, imprevedibili e incontrollabili varietà, offre qualcosa di diverso, diventa estremamente difficile concedersi la possibilità di viverlo. 
Scoprire che un altro modo di significare la vita non solo è possibile in astratto, ma esiste nel concreto, è una scoperta che può essere spiazzante, aprendo ad una dolorosa e liberatoria epifania. 
Dolorosa perché implica il fare lutto di tutto il dolore a cui si è sopravvissuti. 
Liberatoria perché l'esperienza dolorosa e drammatica del lutto per ciò che è stato apre la grammatica del discorso a nuove dimensioni, al resto della vita che verrà. 
Permette di lasciare un passato che incatena l'identità e il poter essere in un tempo dilatato che toglie il fiato e la voce, un tempo fatto di dolore, paura e angoscia, in favore di un presente che parla con la voce e il discorso del mistero della vita. 
Diventa possibile lasciare andare i sensi di colpa che condannano ad un'esistenza di paura. Così come accadono cose nella vita che tolgono il senso del vivere, possiamo autorizzarci come soggetti a concedercene altre che lo restituiscano. 
Possiamo permetterci di riprendere la bellezza del mistero di un futuro incerto perché ancora non conosciuto, di fronte alla bellezza di cui si è stati derubati nel passato. 
A dispetto di quello che il passato e la vita possono aver segnato, possiamo autorizzarci e permetterci di ri-conoscerci, cioè di ri-appropriarci di ciò che è sempre stato nostro, della soggettività di cui ogni persona è portatrice. 
A differenza di quanto viene insegnato sin da piccoli nelle scuole, cioè che la grammatica italiana prevede il soggetto sottinteso, nessuna e nessuno è mai sottinteso. 
Lontani del narcisismo dell’io, possiamo permetterci un ritorno al conoscimento di ciò che si è, un riconoscimento in cui si torna ad essere soggetti di sé in un divenire continuamente non-raggiunto, il solo che consente di aprire la finestra sul vivere. Che apre all’orizzonte del vivere. Che permette di poter affermare, come mi disse un'altra persona “… È stata una epifania dolorosa e liberatoria, ma ora lo so, con un sapere nuovo che sento nella carne e nel corpo e non solo nei pensieri, che nonostante tutto quello che ho passato nella vita, io valgo quel che valgo, proprio come chiunque. Ma per quel che valgo, valgo …”.
Complicato e semplice, come per l'andare in bicicletta. Complicato finché non ci si permette di non aver paura del disequilibrio. Allora si scopre che il disequilibrio consente l'equilibrio, e che senza la paura c'è spazio per incontrare la bellezza dell'andare in bicicletta. 
Come per la bicicletta, così la revisione politica del legame, con sè, con l'altro, con il reale della vita.
Autorizzarsi a sentire il sentire del proprio sentire, tornare a percepire le radici che ci nutrono e danno stabilità, concedersi con comoda scomodità di andare con il nostro passo equilibrato nel suo essere composto di disequilibri continui, riscoprire come ogni singolarità possa bastare a se stessa, e da qui, da questa mancanza, permettersi di fare legame. Con sè, con l'altro, con il reale della vita.


(Viareggio, Lecce)

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