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giovedì 16 aprile 2015

Ritratto in scuro. Aggiornamenti su scenari, politiche, lavoro, povertà.

I dati raccolti e presentati alle riunioni del gruppo di studio di Feantsa sulle politiche di inserimento a Valencia prima e a Lisbona poi dipingono un quadro generale scuro e deprimente sull'evolversi della situazione nazionale, disegnando una cornice di disarmante chiarezza riguardo ad andamento e prospettive. 
Iniziamo a vedere la situazione relativa alla dimensione lavorativa e occupazionale, dove da subito si nota una certa discrepanza tra i dati presentati dall'Istat e la narrazione mediatica. Il primo esempio lampante è la dichiarazione del ministro del Lavoro relativa ai nuovi contratti di lavoro attivati: mentre il ministro promuove un aumento netto di 79 mila contratti, l'Istat da una cifra decisamente differente: 13, ovvero la differenza tra i contratti attivati nel periodo gennario-febbraio 2014 (986.870) e i contratti firmati nel primo bimestre 2015 (pari a 986.883).
Oltre allo stupore per una differenza così sfacciatamente marcata, ci sono altre considerazioni sostanziali sulla natura dei nuovi contratti. Un aumento netto di 13 già segnerebbe un'ipoteca sulle politiche attive e sull'impatto netto delle ingentissime risorse ricevute dall'Europa nel Programma Garanzia Giovani. A questo dato si aggiunga che l'aumento dei contratti a tempo indeterminato è sicuramente frutto delle politiche del governo: il contributo di €. 8.000 e la possibilità di licenziare dopo un anno possono aver giocato una grossa attrattiva. Rispetto alle valutazioni positive espresse dal governo su un'ipotetica ripresa e all'entusiasmo mostrato per i pochi decimali positivi del bimestre, riporto il commento generale di Luca Ricolfi, Professore di psicometria all'Università di Torino, e membro dell' EAS (European Academy of Sociology):
«...È incredibile, la capacità dei governanti di manipolare i fatti pur di non dirci come vanno le cose … immediatamente dopo la diffusione delle cifre Istat si è scatenata la corsa a travisarli. E’ così che abbiamo appreso che i dati ... ci presentano "una sostanziale e progressiva crescita degli occupati nell’ultimo anno" ... che l’incremento della disoccupazione non deve preoccupare perché "va messo in relazione alla crescita del numero di persone che cercano lavoro". Come dire: se aumenta il tasso di disoccupazione è perché la gente è meno scoraggiata e più persone tornano a cercare lavoro... Sui trucchi usati per manipolare i fatti non vale neppure la pena soffermarsi, tanto sono ingenui e vecchi: alcuni li insegniamo all’università, sotto il titolo "come si fa una cattiva ricerca"...»

Rispetto ai numeri, letti in una prospettiva storica più ampia di alcune settimane, si nota come i pochi decimali di incremento dell'occupazione sembrino legati alla traduzione di tempi pieni in part time, che generalmente segna un passaggio da una situazione più strutturata ad una di maggiore difficoltà e impoverimento, come è confermato dall'incremento del rischio povertà collegato al numero di componenti dei nuclei familiari. Pur mantenendo un entrata, se questa diminuisce, al crescere dei componenti della famiglia corrisponde un aumento del rischio povertà.
La comparazione storica dei maggiori indicatori relativi alla situazione occupazionale mostrano un costante e drammatico aumento. La visione storica è pertinente per dare una visione reale del divenire sia in termini metodologici, che di significazione generale, dato che consente di percepire la realtà come un processo, senza focalizzarsi nella ripetizione di singoli momenti emergenziali. Così, una “crisi” che perdura dal 2008 perde le peculiarità di temporaneità e di emergenza, diventando una costante di fase. Il suo perdurare permette di allargare l'orizzonte di significazione: invece di presentarla come “normale” emergenza, già un ossimoro sostanziale, inizia ad assumere le caratteristiche del processo di normalizzazione.
I grafici che seguono illustrano come questo processo stia conducendo ad una “normalizzazione” che va nel senso dell'impoverimento collettivo, aprendo a nuovi significati nella correlazione tra la diminuzione di occupazione e l'accantonamento di fondi per le misure di welfare e protezione sociale.
Se la diminuzione delle risorse di risorse di protezione sociale e di welfare ha la stessa direzione e movimento della diminuzione dell'occupazione, sembra dirne qualcosa della cecità, dell'incompetenza o della volontarietà della direzione delle politiche nazionali, del fallimento delle politiche di austerity sinora introdotte per favorire la ripresa dell'economia e dell'occupazione, e del successo mirabolante nel rafforzare la minoranza più ricca della popolazione a discapito della depressione e deprivazione della grande maggioranza.
Il confronto tra i movimenti di queste tre voci disegna un grafo che ricorda molto quello disegnato dall'andamento della distribuzione della povertà tra l' 1% più ricco e il 99% più povero della popolazione mondiale:
  • la diminuzione dei posti di lavoro e delle risorse allocate al welfare ha la stessa progressione dell'impoverimento della maggioranza della popolazione (il 99%)
  • l'aumento della povertà ha la medesima progressione con numeri inversi dell'aumento nella concentrazione della ricchezza globale
Per chiudere la fotografia, ci sono i dati di andamento sistemico, che riguardano il sistema nazione nel suo insieme, e che fotografano sia l'andamento della povertà e della marginalità, sia l'attenzione del governo sulle iniziative a riguardo.
Queste “suggestioni” sono confermate dall'incrocio con i recenti dati sull'andamento della popolazione italiana, che dimostrano un significativo e progressivo aumento della povertà relativa (+5%) e un balzo triplo della povertà assoluta (+16%). I numeri della povertà indicati da ISTAT:
  • Povertà relativa: 16,60% (era 15.8% nel 2014, +5,06%)
  • Povertà assoluta: 7,90% (era 6.8% nel 2014, +16,18%)

L'impatto (?) delle misure “anti-cicliche”
L'analisi dei dati e delle misure sinora espresse sul piano nazionale evidenzia la mancanza di ogni prospettiva di impatto positivo in termini di realtà per le fasce più deboli della popolazione.
Il contributo mensile di €. 80 è stato presentato come una misura concreta per supportare le fasce più deboli di fronte alla crescente crisi determinata dalle misure di austerity. Guardiamo i fatti: il contributo di €. 80 non ha nessun impatto sulle fasce deboli e svantaggiate, dal momento che è studiato unicamente per gli occupati con un reddito superiore agli €. 8mila all'anno.
Questo significa che le partita iva, i part-time nei lavori più umili e/o stagionali, i pensionati, i disoccupati, i NEETs, gli inattivi e tutti coloro che vivono sotto la soglia di povertà ne sono esclusi totalmente. La valutazione di impatto svolta da CGIA Mestre definisce un impatto marginalmente positivo per il 2014, che si cumulerà fino allo zero negli anni successivi, con il rischio di diventare negativo in caso di parallelo aumento dell'iva.
Sul versante delle povertà estreme, il governo ha orgogliosamente introdotto e mantenuto il SIA (Supporto Inclusione Attiva), predisponendo un budget di 887 milioni di euro nel periodo 2014-2016. Anche in questo caso, a fronte di numeri importanti, la valutazione di impatto è scoraggiante. Provando ad applicare le proporzioni elementari tra il numero dei destinatari formali, la durata della misura e la cifra complessiva allocata, se la matematica non inganna, il risultato ricorda un gioco di prestigio:
€. 887 milioni : 4,8 milioni persone) : 36 = €. 5 
(budget totale : Destinatari sotto soglia povertà) : Durata in mesi = Disponibilità individuale media mensile
In questa simulazione, l'impatto di questi 5 euro mensili è equivalente agli slogan delle lotterie nazionali: “la tua vita potrebbe svoltare”, e “gioca responsabilmente, il gioco genera dipendenza patologica”.
A questa miseria si contrappongono i dati sulla tassazione, che sui beni primari è salita in modo significativo: acqua +3,9% nel 2014 e +4,8% nel 2015; gas +5,4%; elettricità + 1,7% (ref.: Autorità Nazionale dell'Energia)
Per un commento generale, mi affido di nuovo al professor Ricolfi «...Il guaio, purtroppo, è sempre quello. In Italia la sinistra, oggi come ieri, protegge innanzitutto i lavoratori già garantiti. La destra ha da sempre un occhio di riguardo per i lavoratori autonomi. Quanto a tutti gli altri, precari, lavoratori in nero, giovani e donne fuori dal mercato del lavoro, nessuno se ne preoccupa sul serio, e meno che mai i sindacati. Fino a quando?» (Ricolfi 2014)
Il «job-act» rappresenta la nuova cornice normativa relativa al lavoro, e risponde in maniera sostanzialmente coerente con lo slogan del governo: “diminuendo le tutele, ci si aspettano più occupati”. Lascio i commenti ai tanti che si sono espressi. Penso sia interessante invece analizzare una proposta sviluppata dal professor Ricolfi, che ha chiamato bonariamente “job-italia”, e che, tranne sporadiche eccezioni, è stata sostanzialmente ignorata dai media mainstream.
L'idea sembra davvero molto semplice: consentire alle aziende di creare nuovi posti di lavoro, ai lavoratori di percepire l’80% del costo aziendale anziché circa il 50% (tassazione media sui contratti 44%), mantenendo le tutele esistenti. Il funzionamento è matematico: le imprese che aumentano l’occupazione possono utilizzare limitatamente ai posti di lavoro addizionali e per un massimo di 4 anni, uno speciale contratto full time nel quale il lavoratore riceve in busta paga l’80% del costo aziendale, mentre il restante 20% affluisce allo Stato, sotto forma di Irpef e di contributi sociali
In estrema sintesi funziona così:
  1. la busta paga è compresa fra 10 e 20 mila euro annui
  2. il costo aziendale aggiuntivo rispetto alla busta paga è del 25%, anziché del 100% come oggi
  3. la differenza fra costo aziendale e busta paga viene usata per pagare l’Irpef dovuta dal lavoratore
Come funziona nella pratica:
  • minimo 10 mila euro annui netti in busta paga
  • il lavoratore percepisce 12.500 euro lordi, così suddivisi:
  • €. 10.000 in busta paga
  • €. 700 Irpef
  • €. 1.800 accantonamento Inps
Diminuendo di circa il 30% i contributi sociali, si potrebbe pensare che si riduca il gettito della pubblica amministrazione, ma non è così. Prendendo come riferimento i 100mila nuovi posti di lavoro stimati dal Governo per il 2015, con il sistema in corso lo stato incasserebbe circa 1 miliardo di euro di accantonamento Inps e circa 2 miliardi in altre tasse: incasso totale per lo stato: 1 + 2 = 3 miliardi
Le associazioni di categoria stimano che sia possibile raddoppiare tali stime se ci fosse un abbattimento significativo delle tasse sul costo del lavoro. Se i nuovi posti salissero a 200 mila, l'accantonamento (gettito contributivo) diventa molto piccolo, mentre il gettito delle altre tasse passa da 2 a 4.
Dunque, prima lo stato incassava 1 miliardo di contributi e 2 di altre entrate, ossia 3 miliardi. Ora incassa 4 miliardi (di entrate non contributive), ovvero 1 miliardo in più. La soluzione più semplice è usare 2 dei 4 miliardi per assicurare una contribuzione piena a tutti i lavoratori con-job-Italia, che nel frattempo sono passati da 100 a 200 mila, e quindi non costano 1 miliardo di contributi ma ne costano 2 (scenario 2). Quel che avanza, 2 miliardi, è esattamente eguale a quel che la Pubblica Amministrazione incassava prima, sotto forma di altre entrate.
L’unica differenza fra il primo scenario con le norme attuali e quello proposto dal prof. Ricolfi sono 100 mila posti di lavoro in più, tutti perfettamente tutelati come prima. A fronte di studi e valutazioni in vari paesi altri, il modello del prof. Ricolfi non è diventato molto popolare nell'agenda governativa, forse per una sovrastima degli impatti, o forse per una flessibilità eccessiva riposta in chi si trova a disquisire di flessibilità degli altri.

Il saldo migratorio: la risposta dell'Italia come la DDR di fine anni '80

Il numero di giovani italiani che vanno all'estero, i nostri “migranti”, ha superato per la prima volta da molto tempo il numero di immigrati sbarcati in Italia.
La matematica regala squarci di realtà: nel 2013 sono emigrati 94.126 persone, con un incremento del 15% a fronte dei 78.941 del 2012. Sono sostanzialmente numeri simili a quelli che precedettero la caduta della DDR, quando nel 1988 circa 40 mila tedeschi dell'est abbandonarono la DDR, seguiti da altri 116mila l'anno successivo.

Paradossalmente, non sono solo simili i numeri, ma anche le parole. Nel 1988 la direzione della DDR definiva "deviati della società" coloro che se ne andavano e rifiutava categoricamente di ricevere e prendere in considerazione le istanze dei cittadini.
Nel 2015 si leggono espressioni secondo cui i cittadini e le associazioni che non accettano i tagli ai diritti non hanno titolo morale di sedersi a dialogare con le istituzioni, che le grandi opere devono proseguire a prescindere dalla corruzione, oppure che l'aumento della disoccupazione è segno di ottimismo e ricerca lavoro, o ancora che i giovani che se sono emigrati e che rimangono all'estero sono una "sfida persa".  
Utilizzo l'analogia paradossale con la DDR nell'anniversario della sua fine non per caso, ma per ricordare quali posizioni esprimono determinate posizioni, e verso dove tenda a portare la cialtroneria che non permette di imparare dalla storia.

Garanzia Giovani vs. essere giovane e povero
L'enorme quantità di denaro messa a disposizione dall'Unione Europea all'interno del programma Garanzia Giovane è stato suddiviso dal governo tra le varie regioni, che sono le titolari degli interventi.

La Commissione ha allocato all'Italia un totale di €. 1,5 miliardi, con le seguenti indicazioni di obiettivi da raggiungere: garantire che tutti i giovani di età inferiore a 25 anni ricevano un’offerta qualitativamente valida di lavoro, proseguimento degli studi, apprendistato o tirocinio."
Sfortunatamente, la generale progressione nell'utilizzo dei fondi sembra essere molto lontana dall'avere un impatto rilevante secondo le indicazioni di scopo, obbiettivo e utilizzo predisposte dalla Commissione Europea. La modalità tutta italica di utilizzare i soldi pubblici in maniera poetica ha portato ad un utilizzo che dire “creativo” è un eufemismo. Prendendo a caso la pagina web di una regione a caso, si evidenzia come i fondi siano stati utilizzati per “formazione ed eventi informativi e di sensibilizzazione”, ad esempio così: accoglienza della domanda e presa in carico (8,8 milioni), formazione (44,5 milioni), tutoraggio (12 milioni), misure di apprendistato (30,8 milioni), national servizio civile (1,2 milioni).

Diritto alla casa, edilizia popolare e housing first.
a fronte di una sostanziale differenza tra questi tre termini, che indicano luoghi logici e politiche tra loro correlate di rilevanza ed interesse storico importante, l'Italia sta al momento infilandosi su una via piuttosto delicata e scivolosa. Mentre l'approccio cosiddetto di “housing first” si diffonde per popolarità e innovazione tra le istituzioni e i gestori di servizi, la storia ci parla di un processo di deistituzionalizzazione che è forte di oltre 40 anni di esperienze, buone prassi e criticità. Inoltre, si scontra con la drammatica contrazione del diritto alla casa.
La realtà racconta una narrazione differenze dalle intenzione e dai proclami via via circolati: le priorità nazionali si spostano continuamente da misure di welfare e di interesse pubblico, al finanziamento di grandi opere che portano ad un costante aumento delle sentenze di corruzione e malaffare, mentre la situazione quotidiana di individui e famiglie peggiora su base quotidiana.
Se le “grandi opere di interesse nazionale” (mose, tav, expo, termovalorizzatori …) vengono confrontate con l'incidenza della povertà all'interno dei nuclei familiari, vediamo un ritratto sconcertante dell'impatto della volontà politica che viene continuamente rinnovata: l'incidenza della povertà per una famiglia di due persone è di circa il 12,7%, arriva al 15,7% se c'è un figlio, sale a circa il 20% per famiglie con due famiglie, e sale al 28,5% per nuclei con tre o più figli.
Se questo è il risultato netto, è importante cercare di capire se le cause sono esterne, eccezionali e inaspettate, come spesso capita di sentire nei media, o se invece rappresentano l'impatto netto della scelta consapevole nella definizione delle priorità politiche nazionali.
Queste ultime hanno un andamento matematicamente significativo, dal momento che hanno con l'aumento della povertà, della marginalità e dell'emigrazione un rapporto inversamente proporzionale. Tanto queste ultime aumentano, tanto le priorità politiche nazionali si spostano dal welfare ai grandi appalti forieri di corruzione e criminalità. Anche qui la fotografia è deprimente (dati istat in milioni di euro, variazione percentuale tra il 2008 e il 2014):
  • Fondo assistenza famiglie e minori : da 929 milioni a 313 milioni: -66,30%
  • Fondo nazionale infanzia e adolescenza (L. 285/97): da 44 milioni a 28 milioni:-36,40%
  • Fondo politiche per la famiglia (DL 223/2006) : da 346,5 milioni a 20,9 milioni: -94,00%
  • Fondo per le politiche relative ai diritti e pari opportunità: da 64,4 milioni a 31,4 milioni: -51,20%
  • Fondo per le politiche giovanili: da 130 milioni a 16,8 milioni -87,10%
È sconfortante, per usare un eufemismo, confrontare i numeri delle sentenze che accompagnano le “grandi opere di interesse nazionale” (mose, tav …) con i numeri delle politiche abitative:
  • il governo stima in 650.000 le domande inattese di case popolari
  • il governo stima in 70.000 il numero di sfratti per ogni anno
  • l'ultimo stanziamento di fondi per l'edlizia popolare è del 2007 con un fondo di 500 millioni; l'anno successivo questi fondi sono stati allocati al sostegno dell'edilizia privata
  • in questo decennio in cui i soldi non sono stati allocati alle politiche abitative, sono stati spostati dalle politiche universalistiche alle “grandi opere di interesse nazionale”, come il tav.
Così, mentre alcune iniziative di HF iniziano a diffondersi in ambito locale, lo scenario complessivo risulta sovradeterminante: se c'è una limitazione nella possibilità di godere del diritto alla casa, allora la strada per una risposta universalistica all'abitare si allontana e diventa scivolosa.
Come ha brillantemente riassunto una collega, «... se una cosa la chiamo “rosa”, per me vuol dire che ha i petali, le spine e il gambo. Se ha le orecchie, il pelo e agita la coda, mi piace moltissimo, ma è un cane ... »

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