pensieri del dentro 28: stagioni

Ho scritto le parole che seguono un po' di tempo fa. Ho lasciato passare il tempo, che scorre, per tutte/i, sempre. Ora, immerso in una pausa di lavoro nel verde e nel tempo irlandese, ho sentito che fosse giunto il momento per condividerlo, come mi autorizzarono i familiari qualche tempo fa. Lo dedico a B., alla sua memoria, ai suoi cari, a chi vorrà leggerlo.
......

Abitiamo continuamente ciò che nella vita ci accade.
Questi accadimenti sono stagioni della vita, sono parole, discorsi, affermazioni, domande.
Il tempo passa, in forme e durate diverse per ognuno. Poi la vita risponde, scompaginando le vecchie parole, i discorsi consueti, le affermazioni e le domande di sempre, e ponendone di nuove.
Ho incontrato B. qualche anno fa, la prima volta fu in uno di quei giorni di inizio primavera sabauda che sono già quasi estate.
B. è un uomo grande di età, che ha lavorato tutta la vita. Letteralmente.
E’ un uomo mite, gentile, colto. Dosa i tempi e le parole con attenzione. Mi dice di essere arrivato a me quasi per procura, assecondando le gentili insistenze della moglie e del figlio, che ha dato a B. il mio contatto ricevuto dal collega analista con cui lavora. “Una procura particolare” - mi dice - “non per … , ma grazie a …”.
Racconta di sé, un’infanzia decorosa e sostanzialmente felice, la scuola che non preoccupa e le gite in bicicletta in montagna.
Poi un dramma interrompe l’adolescenza. Assiste alla morte del padre, la cui vita spira tra le sue braccia, lasciando un grande vuoto, una grande responsabilità che si costruisce a partire dall’immagine di “una vita che scivola via dalle dita senza poter fare nulla per trattenerla”.
Immagine potente, che tornerà, drammatica, in momenti successivi del nostro lavoro.
Diventato orfano di padre da ragazzino, accoglie su di sé il vuoto e la responsabilità, che contribuiscono a costruire una sua posizione da pater familias, assumendosi come un “essere a servizio”. B. racconta di aver iniziato a lavorare da giovanissimo, votandosi al mantenimento della madre e del fratello minore, che così potè studiare.
Sceglie, mi dice.
“Non già un sacrificio, ma una scelta”.
La scelta di essere ciò che è nella misura dell’essere al servizio dell’altro.
La vita scorre, faticosa a tratti.
Con il trascorrere degli anni, cambiano i lavori, muta il tempo e la società.
B. vive il suo tempo, appieno. Lo assorbe, abitandolo. I cambiamenti, il fervore politico. La lotta di liberazione in sud America, in Europa, a casa propria. Testimone immerso nel flusso del tempo, nel flusso del cambiamento, che è interno dall’esterno, e viceversa.
Politico e personale, non già raccolti in congiunzione, ma fatti predicati.
Essere a servizio della vita, dell’altro, del prossimo, conosciuto o anonimo che sia, regala un senso politico all’esistenza personale di B.
La colora di relazioni, di internazionalismo, di complicità. Legami profondi. Naturale darne testimonianza, scriverne. Continuando a vivere lavorando. Tutta una vita. Per assicurare che tutti avessero il proprio. La madre prima. Il fratello. Poi la moglie e il figlio. “Ho vissuto rassicurato dell’aver assicurato possibilità e supporto”.
Essere colonna, assorbire il peso senza che sia richiesto.
Nei primi mesi del nostro lavoro, B. mi porta le sue storie di vita, accompagnate da un’immagine.
Uno specchio in cui B. si guarda, in cui si vede per come è, per come è diventato.
“Per la prima volta…” dice “…settantaquattro anni. Tempo di andare davvero in pensione, di pensare un po’ a me stesso senza la mediazione di cosa fare per gli altri. Non l’ho mai fatto, non so come si faccia”.
Questo diventa il nostro tema, lavoriamo intorno a questa immagine e a quanto si possa sentire.
B. si mette in ascolto, scruta lo specchio, ciò che è fonte e ciò che è riflesso. Passare attraverso lo specchio, interrogarlo e ascoltarne ciò che ne scaturisce apre nuove prospettive.
Risuona spesso una frase di Lewis Carroll da Alice attraverso lo specchio:
“se così fosse, potrebbe essere, e se così non fosse, sarebbe; e dato che non è, non si da.”
Il corpo inizia a parlare, compaiono dolori allo stomaco che si fanno sempre più acuti, e il pensiero iniziale, semplicistico e auto-riferito, sull’effetto simbolico del lavoro di cura nello smuovere la profondità si ferma sulla soglia dell’acuirsi delle fitte, sempre più lancinanti.
Non è solo più un corpo che si muove e che parla; è un corpo che urla, e mi ricorda una delle lezioni base del lavoro di cura.
Non siamo mai noi a fare accadere cose. Non è il lavoro fatto insieme che libera energie.
L’unico detentore della vita e del cambiamento è chi la abita, sono le persone che abitano un corpo e che parlano a sé parlando con me dal divano.
Ritorna la sensazione pervasiva, profondamente leggera, di non essere nulla più che un altro, occasionale e simbolico.
Non quali spettatori attivi, ma al massimo come catalizzatori dell’esistere, entriamo nel discorso che incontriamo senza mai farlo nostro, perché nostro non è. Non lo è mai stato.
Possiamo assistere al suo disvelamento, che porta a liberazioni a volte sorridenti, altre volte a dolorose rivelazioni.
A inizio estate concordiamo sull’importanza di ascoltare questi dolori, non solo su un piano metaforico. Vanno ascoltati su un piano concreto.
Siamo materia, e quando il corpo, la materia parla, o urla, va ascoltata. Le visite e gli esami si susseguono, dando un esito nefasto: tumore non operabile.
La diagnosi è una tempesta, che si sfoga, e schianta.
Per poi riprendere i termini della parola. “Ero venuto qui per interrogarmi sul senso che aveva avuto la mia vita e su come avrei potuto incontrare la vecchiaia. Ora interrogo i medici per interrogare in realtà il tempo, non solo la quantità, ma la qualità di ciò che sarà il resto della mia vita. Mi ero dato un orizzonte di 15 anni, ora contano i mesi e i giorni”.
Come abitare il resto della vita diventa la domanda.
Una domanda lancinante come i dolori. Una domanda che urla, dentro, una rabbia inascoltabile che tace parole impronunziabili, mai pronunciate. Ma che nel loro tacere, si fanno sentire.
Sento la responsabilità, e di essere nella responsabilità, di pronunciarle, lentamente e con delicatezza, in modo che possano poco alla volta risuonare, aprendo lo spazio trasformativo che le renda res-pensabili, affinché possano essere ascoltate, sentite, accettate.
Sono incontri dolorosi, delicati, che consentono di stare davanti al reale della realtà, che accompagnano B. ad autorizzarsi ad essere presente a sé e vivere il resto che gli è dato vivere.
Affiorano le preoccupazioni di una vita, della vita. La preoccupazione per la moglie, per il figlio, il fratello. Le persone che gli sono più care.
Per affrontare il dolore e la rabbia che cova sotto lavoriamo nel campo del reale, esplorandone il suo abisso, insieme disperante e di speranze, senza indulgere in illusioni, negazioni o depressioni.
Sono incontri in cui, attraverso i sogni notturni e quelli diurni, B. si può concedere di riappropriarsi del dono della sua esistenza.
Un po’ silenziosa presenza, un po’ grillo parlante, un po’ punching-ball, un po’ lacrima e fazzoletto, un po’ caloroso abbraccio, abito consapevolmente posizioni diverse, in cui la punteggiatura prende forme che favoriscano l’incontro tra il contenitore conscio e il contenuto inconscio. Tra il senso della vita, e il senso della morte.
Mentre B. affronta con coraggio e disciplina le pesanti cure, si alternano momenti di preziosa speranza e di nero sconforto.
Proprio nello spazio che le separa, ci permettiamo le domande più difficili, più scabrose.
E’ la vita che da senso a ciò che resta?
O è l’avvicinarsi della morte che significa a ritroso la vita?
Può il resto della vita avere un senso?
Come possiamo rappacificarci con il senso della vita quando questa si pronuncia come resto?
Come abitare il resto della vita?
In realtà, scopriremo insieme come queste domande conducano a una unica risposta, una delle poche risposte forse universali. Mentre B. affronta la malattia e le pesanti cure, lo ripetiamo “Ognuno non può che abitare il resto della vita”. Ognuno con la sua data di scadenza, che solamente, solitamente, si ignora.
Ognuno con la possibilità di incontrare il proprio destino, non già controllandolo o indirizzandolo, ma abitando ciò che la vita ci apparecchia dinanzi.
B. mi chiede di riformulare il nostro lavoro. Mi chiede rassicurazione. L’assicurazione che ci sarei stato, che poteva contare su di me. In qualsiasi modo andasse a finire. E, in ogni caso, fino alla fine, se necessario.
Lui che era vissuto tutta una vita come pilastro per le possibilità degli altri, era pronto ad abitare una posizione sconosciuta.
B. era pronto a centrarsi, ascoltarsi, sentire il proprio sentire, affrontando le domande che la vita gli offriva in un tempo accelerato.
B. mi ha chiesto di essere testimone al suo fianco, in una posizione che permettesse a lui di recuperare la testimonianza della sua vita, per riprendere possesso della “significanza”, come era solito dire.
‘Significanza’ è un termine che mi ha regalato lui. E’ quel modo, quella qualità profonda eppure effimera che la vita assume oltre alla dimensione condivisibile del significato, e oltre la dimensione sensibile del significante.
Abitare la significanza è stato il viaggio che abbiamo condiviso dal momento della prognosi infausta in poi, fino agli ultimi giorni. Fino alla fine.
Questo è stato il nostro patto, divenuto chiaro: incontrare il reale della vita per farne una testimonianza che facesse segno e significasse l’avanzata della vita.
Di fronte al ticchettio dell’orologio della vita. E della morte.
Con il passare dei mesi, la cadenza settimanale in presenza muta, con l’accordo di abitare il tempo nel modo che fosse possibile.
Durante i ricoveri, anche durante i momenti più duri della pandemia, ci vedevamo in ospedale, dove ci veniva garantita una stanza in cui potersi ritrovare, bardati entrambi come palombari asettici, portatori entrambi della solitudine esistenziale che si abita di fronte al reale.
Quando non è stato possibile vedersi in presenza per il peggioramento delle condizioni di B. durante le settimane di cure chemioterapiche, siamo passati alla modalità online.
Quando le condizioni di salute non permettevano neanche di stare davanti ad un video, ci siamo accordati per scriverci. La scrittura come modalità di sentire attraverso le parole e le immagini scambiate, prestate, condivise.
Abbiamo interrogato il tempo, i colori, i profumi e gli odori, e ne abbiamo accolto e ascoltato le risposte.
Abbiamo incontrato e ascoltato ciò che i segni sussurravano nel loro linguaggio silenzioso.
Ci siamo concessi il dono del silenzio.
Quando sono stati sospesi i trattamenti, ed è iniziato il periodo delle cure palliative, abbiamo trovato nuovi terreni, sconosciuti, in cui incontrare e testimoniare la significanza.
Appena è stato possibile un temporaneo miglioramento delle condizioni di salute, ci siamo incontrati sulle sponde di un lago fuori città, passeggiandovi intorno, costeggiando canneti, boschi e radure.
B. ci teneva molto, era il “suo” lago. Poco distante l’atelier del fratello, che mi ha portato a visitare, riprendendo memorie e immagini in un processo di pacificazione con il passato che ha permesso la percezione anche tattile della vita come arte che fluisce nel tempo per donarsi a chi la potrà vedere, ascoltare, incontrare.
Nel bosco circostante il lago, c’era il “suo” albero. Quando l’inizio della malattia ancora gli permetteva lunghe passeggiate, B. aveva incontrato un albero antico, possente eppure fragile, che amava vedere. E abbracciare. Lungamente e in silenzio, concedendosi il tepore di lacrime colme di vita vissuta.
Aveva accompagnato la moglie, il figlio e il fratello, avrebbe voluto mostrarlo anche a me. “Voglio portarla a vedere il mio albero, perché quell’albero sono io” mi diceva.

Nel nostro passeggiare, intervallato dalla stanchezza e da numerose pause, non siamo mai arrivati a quell’albero. Semplicemente, non è accaduto.
A volte, ci sono cose che non è dato che accadano, nonostante si sia protesi verso l’inafferrabile altro, che ci definisce.

Stare in questo resto tra il desiderio e ciò che è reale è stato faticoso, ma ha rappresentato lo spazio necessario a B. per ritrovarsi. Fare a meno della presenza pur continuando ad esserci. Nonostante.
Nonostante nelle nostre passeggiate non si sia mai arrivati al suo albero, abbiamo incontrato parole, silenzi, altri alberi con le loro radici. Fiori e foglie. Quelle verdi di primavera come quelle cadute a terra, marce dopo la neve invernale, testimoni delle estati e delle primavere che furono.
Abbiamo condiviso nella forma più libera che si possa immaginare ciò che era possibile vedere, e sentire, dando parole e silenzi al sentire del nostro sentire. Abbiamo camminato nel fango, osservando la bellezza inattesa sui riflessi delle superfici dell’acqua cristallina, e la leggerezza nelle aperture del cielo, nelle nuvole. Tutto così reale, così simbolico.
Sapendo che l’aggravamento della pesantezza della malattia avrebbe potuto non permettere di vederci né in presenza né online, ci eravamo accordati per condividere messaggi di testo, a volte brevi, a volte più complessi, a volte singoli, a volte corredati di fotografie che sentivamo particolarmente significative.
Scambiare messaggi con le persone con cui lavoro, al di fuori delle emergenze e degli avvisi di logistica per gli appuntamenti, è una cosa che solitamente non faccio.
Ma ogni singola persona è un universo a sé, con dinamiche, discorsi, tempi e spazi che sono unici e irripetibili.
Come ho imparato dai miei mentori, ogni persona è un percorso di cura diverso, che va reinventato in continuazione.
Ogni volta, ogni incontro, ogni persona, è una prima volta, un primo incontro, con la consapevolezza della storia che ha condotto dove si è.
Avevamo condiviso quanto fosse importante testimoniare a B. che si poteva sentire anche nei momenti più difficili, dato che il corpo, come l’inconscio, ci parla sempre. E ognuno, infine, ne è sempre parlato.
Seppure B. fosse inesorabilmente solo con la sua malattia, c’era sempre la mia disponibilità ad esserci, testimone invisibile del resto.
I messaggi che ci scrivevamo come uno spazio libero, insaturo e di per sé virtuale, hanno rappresentato da subito uno spazio logico, pagine bianche in cui lasciare e cogliere le tracce dell’esistere.
D’accordo con lui, ho raccolto le parole che abbiamo scambiato, e che gli ho consegnato in due momenti diversi.
La prima volta durante il suo ultimo ricovero in ospedale, dove eravamo riusciti a vederci in presenza, nonostante la seconda ondata di restrizioni per la pandemia. Intabarrato come un astronauta per le misure di prevenzione anti-covid, ci siamo incontrati nella sua stanza.
Poco prima di salutarci al termine del nostro incontro, B. mi confessò che avrebbe dovuto essere trasferito in hospice quella stessa mattina, ma che aveva chiesto di poter posticipare di un giorno per poterci vedere, per ricevere materialmente le parole che avevamo scambiato e ascoltato, e che rappresentavano una restituzione poetica dei nostri incontri fino a quel momento.
In quell’occasione, ci lasciammo con un atto di piccola, umana, ribellione. Tolti i guanti, ci concedemmo una silenziosa, intensa, commovente, prolungata stretta di mano.
Il calore della vita in una stretta di mano.
Lo rassicurai con la promessa di vederci ancora, in hospice la prossima volta, le prossimi volte. Fino a quando fosse necessario, fino alla fine.
Quello era il nostro patto di cura, e un patto di cura è sacro.
Una volta ricoverato in hospice, ci siamo visti e nuovamente incontrati tutte le volte che è stato possibile, testimoniando la presenza anche quando i momenti di assenza si allungavano, e piano piano prendevano il sopravvento.
L’ultima volta che ci siamo incontrati, gli lessi e consegnai una nuova versione delle nostre parole, arricchita di quelle scambiate, prestate, incontrate negli ultimi precedenti incontri in hospice, e con l’aggiunta iniziale del ritornello di un libro per “bambini” che ho sempre trovato pieno di meraviglia. Da bambino come da adulto. ‘Sembra questo, sembra quello’, di Maria Enrica Agostinelli.
Gli lessi quelle parole, lentamente.
Ormai era faticoso anche solo l’ascolto.
Lentamente e delicatamente, lessi le nostre parole e la filastrocca. Sembra questo, sembra quello…
A B. piacque molto.
Con grande tenerezza, mi chiese se avesse potuto condividere con i familiari e le persone care le parole che gli avevo appena restituito, e mi chiese di condividerle a mia volta arricchendole con le parole che ci eravamo scambiati in quell’ultimo incontro, per farne testimonianza.
Avevano aiutato lui, mi disse, “se possono aiutare anche altri, perché non metterle al servizio di chi potesse beneficiarne?”
Sorridemmo insieme al pensiero che anche in quel momento B. avesse abitato la possibilità di tenere accanto a sé il modo di essere che lo aveva accompagnato per tutta la vita. Dopo di che, si assopì per un po’.
Rimasi ad osservarlo riposare, guardando la tarda primavera che prendeva vigore dietro la finestra dell’hospice. Quel rivivere della vita era ormai oltre i vetri di quella stanza, ma era lì, anche, comunque e nonostante.
B. si ridestò mentre ero assorto in questi pensieri, farfugliò qualcosa che non capii. Glielo dissi. Lui rispose che anche lui non si era capito fino in fondo, ma che in fondo è per tutti così.
Ridemmo insieme un’ultima volta, stringendoci a lungo la mano. Poco alla volta la stretta di mano si trasformò in un tenere la sua mano. Tornò a riposare, e così lo lasciai.
Salutai in silenzio, appoggiando sul comodino una busta con le parole che avevamo condiviso, incontrato e abitato.
Quelle parole, le parole di una vita condensata in poche pagine e pochi mesi, hanno il senso della poesia pura.
Poesia del senso del vivere, dell’esistenza umana, della significanza dell’esistere di una persona che ringrazio, “ovunque sia … ovunque sarò … ovunque saremo…” come diceva lui, per avermi autorizzato a farne testimonianza, affinché attraverso le parole potesse compiersi l’incontro sempre possibile con la significanza del vivere, consentendo a lui di completare il suo ciclo nel mondo, regalandole a sé, ai suoi cari e a chi potesse trovarle utili come lo erano state per lui.

Per testimoniare il reale della vita, oltre che della morte.


“sembra questo, sembra quello
sembra brutto, invece è bello
sembra un cesto, ma è un cappello
sembra un monte, ma è un cammello
l’importante è di capire
che si può sempre sbagliare
e che spesso non vuol dire
quel che sembra è come appare”

ciò che era significante
un tempo
può essere insignificante
ora
lasciare andare e disfarsi
paura
sensazioni
che stanno sulla riva del provvisorio
i sogni scappati
assetati di tutto
il mondo e il tempo
improvvisamente stretti
l’acqua è sospesa
padroni del destino
della significanza
che lascia traccia
nel nulla che accade due volte
ritrovare ricordi che fanno rumore
domani
è un punto importante
un punto interrogativo
spoliazione positiva di tutto
di tante vite e banalità
vanità
da buttare via
monito a non dimenticare
non dimenticarsi.

dolore
sentito come un taglio
appartenere alla vita
come alla morte
traccia generativa di un passaggio
oltre un futuro
il mistero
il resto di ciò che rimane
minuti pesanti, pensanti, pensati
respirare il proprio respiro
passeggiate
abbracci d’albero
piccolo vetusto spiraglio
sul miracolo
catalessi del sogno
tutto come allora
cosa si sarebbe potuto vedere
di mai visto
cibo rimasticato da denti aguzzini
senza sfregi di cui fregiarsi
leggerezza
quando tutto quello che abbiamo fatto
è
qui
equi
equinozio
giorni e notti in successione
istantanee
per il tempo che si ha.

immagini fissative.

abbastanza è tanto
è tutto
innominabile
lasciar andare
per occuparsene
senza preoccuparsene
presi
ad inseguire un tempo che corre
su un binario morto
solo ha senso non cercare un senso
fardello dell’esistenza
del tempo che avanza
rimanenza
interroga l’anima
interroga l’ombra
dono ricevuto
legno
trovato e trasformato
bastone sciamanico
porto di mare
c’è sempre qualcuno
che entra, che esce
che parla,
ride, piange
umanità varia
che varia

tenere il centro
di fronte al dolore
come un chiodo piantato in parete
aggancio
risalire o scendere
accettando le possibilità della vita
per accogliere la possibilità della morte.

solo
tante domande
rubate
raggi di sole
dietro finestre chiuse
immaginare calore e profumo
innaffiato da lacrime felici
vastità e leggerezza
condensata
nella raccolta di ciò che abbiamo dentro
ciò che siamo
tra leggere brezze al cuore
all’anima
anonimi corridoi di dispersione e assenza
pause
ritorni
essere dispersi e assenti
in pensieri orfani di sole
rumori in movimento
in una galleria di silenzi
assorti e muti
miglio verde
in un museo di sofferenze,
alla ricerca di improbabili arcobaleni
che illuminino l'anima
che parlino di un tempo ancora amico.

poi una chiamata in sala macchine
come un parto senza doglie e lieto evento
camici bianchi, colorati,
gerarchie di umanità
il rito ha inizio
a ciascuno il suo strumento,
tra silenzi pesanti, sguardi complici, ricercati e rifiutati
in attesa di un labiale liberatorio:
"Dovremo poter escludere quanto sospettato in prima istanza"
un sorriso
un grande abbraccio
per oggi è già un bel regalo.

catene che rassicurano
libertà che spaventa
desiderio
antitesi e anticamera del sacrificio
cedervi
senza cedere mai
altalena in forma infantile,
densità del cerchio
del suo centro vuoto,
timore di addentrarsi
in zone non protette
insature
come notti che sono amiche
cullati dall’onda leggera
dell’esserci del vivente.

vedersi
come non ci si fosse mai conosciuti
il potere dell’adesso
di ogni adesso
radice che dispiega il presente
in ciò che sarà stato
nel mutare del tempo immobile
normalità
passo dopo passo
in un viaggio sconosciuto
da ammirare con nuovi sguardi
addentrasi con la mente
nel circolo dei pensieri
addensarsi
snodi di viaggi intrapresi
liberazioni
agognate e felici
cosa può restare
cosa lasciare andare
con la benevolenza di folletti di bosco
aggrapparsi al presente
cercando con gli occhi e i sensi
fessure
che evocano sensazioni di vita
nel sonno agitato
lieve, breve e profondo,
imbattersi
in soggetti, eventi, episodi
che richiamano rabbia, morte, accanimento
essere cercati, rincorsi, chiamati
rispondere con voce reale
a paure profonde
del tempo quotidiano
preparatorio di un riposo
percepito sereno
uno scarto temporale
temporale impetuoso
in un tempo così reale
feritoie di vita
anche
dove la vita è difficile
temporale
perturbazione
perturbante
in attesa di poter entrare
frutti di natura primordiale e creativa.

nella quasi perfezione degli elementi
ricerca di equilibrio
tra le forme,
movimenti ascensionali
seguendo il flusso
del desiderio conscio
disordini di luce in movimento
calore mite e silenzioso
carezze di lontananze amiche
prima dello spoglio silenzioso
prima della rinascita
in appuntamenti di albe e tramonti
come carezze di nubi in marcia.

silenzi di luce
attese
colori trovati
ritrovati
incontri graffiati sulla via
quasi dinosauri in infinita attesa
sotto finestre illuminate a giorno
nella notte del riposo
concedersi
tempo buono
bonario
portatore di strappi dolorosi e liberatori
come parti cesarei
dentro di sé
pianti
piangere lacrime
per respirare un po’
dopo dolori d’apnea
travagli
esserci senza fretta
secondi che sono linfa invisibile
nel tentativo di vivere
lasciandosi condurre dalle giornate
per meglio sentirsi.

spaventati dal dolore
facendo il possibile
tra tornanti in salita
ripidi e impegnativi
per raggiungersi
alla dacia al lago piccolo
presenze odierne
bagliori di fine giornata
abbracciando il mio albero.

dire di no alla rinuncia
senza doversi scusare,
sentire il sentire
trasparire nelle trasparenze
di uno spazio sempre aperto
cellule di vita
camminano
cercando il senso
guardare ad un presente
per trovarlo occupato
pensieri tristi
concentrazione del dolore
prove di ancoraggio
speranza evanescente,
rifugio per pensieri
che attendono di essere riciclati
prendersene cura
semplicemente
essendoci.

un incontro per incontrare,
accogliendo,
un’anima aperta
prigioniera di un corpo che respinge
il piacere e la paura
di sentirsi
opposti che si attraggono
prigion-ieri dello scorrere del tempo
senza domande
curve, strettoie, tornanti
sempre più ripidi
per un destino
che si vuole non vedere
prevedendolo.

parole soffici
frasi di velluto
scambiate, prese e prestate
sul binario di una trasformazione profonda
leggera e pesantissima insieme
tutto bloccato di colpo
nulla serve più
sapersi morire
prepararsi
nel tempo che rimane.

ricerca di calore
per vivere d’inverno
parole come piccoli balsami
alleviano il dolore
conciliano
il fare a meno della speranza
per farne a più di vita possibile
oggi, quotidianità
giornaliera e notturna
per non farsi travolgere.

domande di fondo
profonde
in fondo
in agguato
sognare senza memoria
sentirsi sdoppiati
uno io, uno corpo, e il cancro
collegati a geometrie seriali
serali
granai del tempo e dell’anima
spiragli di percorso
tra folletti dei boschi e alberi
con radici possenti
che regalano contatto e nutrimento
con madre terra.

aggiornamenti dalla trincea
le notizie dal fronte non sono buone
ma ancora si vive,
si respira,
estranei a qualunque esito
trincee di difese
aggrapparsi in protezione
protesi di attese ansiose
trame di vita
in una manciata di parole
cristalli di luce
instancabile ricerca
non di ricordi, ma di resti di memoria.
aperture,
colori che sanno di ieri
di oggi
di domani
colori orfani di tempo
alla prova durissima del presente
provare il dolore
scritto in maiuscolo
sentire nel corpo l’urlo di Munch
un sopra-sotto il cielo
possiamo vederlo,
toccarlo quasi,
afferrarlo mai.

lame di luce squarciano l’oscurità
l’isolamento
da sé, con sé
intravvedere
le impronte del tempo
cammino di incontro
con le proprie immagini
relazioni e sorrisi ricevuti
avanguardia
di passaggi obbligati
prove di atterraggi
atterrati
terra dura che inchioda la mente
prima di tornare a spiccare il volo
cercare un altrove
in cui lasciare le proprie orme
generando periodi di tempo e discorsi
sotto un cielo
di luce sempre più fioca.

buon tutto in un panorama di respiro.

invasione.

un fiume di tristezza che esonda,
canali di dialoghi
con la parte di sé indomita
protesa alla vita
nel tempo che rimane
che sarà dato vivere
domande come sassi
sotto la superficie dell’acqua
prigionieri di un corpo
che soffre parecchio.

idea di libertà,
di volare tra silenzi del cielo
e le urla del mare
del male
il tempo non fa sconti
amare
odiare
parole che si fanno doni
per lenire l’anima sofferente
come ogni giorno come ogni dove
il sole muore dietro la collina
istantanee di un esplorare impossibile
acciaccati ma presenti
palla di fuoco, potenza di luce
rubati alla fatica del dolore
pensarsi in un tempo difficile e sofferente
tempo veloce
interventi mirati
dolore acuto, insopportabile
eventi camminano controvento
dare dignità
agli ultimi tratti di strada
dignità di una vita nonostante
nonostante il dolore e la sofferenza
con cui pacificarsi.

pacificazione con la paura,
con la morte
è pacificazione con la vita
con ciò che è stata
con ciò che è
con ciò che sarà
nel tempo e nel modo che sarà
essere
avere
una sponda
uno specchio
in cui vedersi e vedere tutto
mai soli nella solitudine
tra cielo e terra
farfalle, fiori, silenzi, nostalgie
di tutto il meglio
nonostante tutto
potenza e portanza
importanza.

ammassi, nubi
tempeste che segnano
scavando solchi profondi
sulla pelle, sulla terra, nella carne
improvvise schiarite
immagini dell’esistenza
tra paure e smarrimenti sovrastati
da dolori irricevibili.

morfina
addomestica scenari
poco piacevoli
tenersi tempo e spazio
così come viene
minuto dopo minuto
goccia dopo goccia
è vita che rimane?
è vita che se ne va?
da lontano, da distante
sentire conforto nella vicinanza
destabilizzati
dare un senso a ciò che di giorno in giorno
accade
accompagnamento verso il fine vita
denso di ciò che ha senso
significanza
non sempre facile da riconoscere
vivere il tempo restante
il resto del tempo
nel modo migliore possibile
liberi dal dolore fisico
in pace con il sentire più profondo
non è semplice,
è fatica.

fatica ad abitare
ciò che è difficile affrontare,
un destino
che non si piò allungare,
solo cogliere attimo per attimo
riscoprendo la qualità possibile
di ogni singolo momento
di ogni singolo istante.

carezze familiari
larvate e serene paure di figlio
tra cambi di stanze e letti che si svuotano
evocative
possenti
strette di mano
promesse
come menzogne prospettiche
lasciarsi vincere senza essere vinti
avvinti, avvolti, visti
inestimabile piacere
dei momenti vuoti dal dolore
colmi di pacificazione
lasciar fare
il ciclo
immersione nella creatività manuale
restauro di familiarità antica
Enea e Zeno
parole e discorsi
di un sé inabissato
nei fondali dell’inconscio
marea che sale
che salda l’oceano
il contenuto che ci abita
e parla attraverso di noi
amnesie della sofferenza
che salva un po’
impreparati davanti all’importante
per un finale che non si conosce
conoscendolo
farne un altro
fare altro
fare d’altro
con il poco che abbiamo
a disposizione
frammenti di negazione
come messaggi di chiarimento
vivere il presente
finché non sarà passato
(ed è già futuro anteriore)
smarrimento,
vita che scivola tra le dita
impossibile dargli sostanza
abitare il lutto della possibilità di chi rimane
immagini di passi nel bosco
il lago
parole ammesse
riempiono di minuti
il tempo senza dolore
scorci di cielo
rubati alle finestre
prima che le nubi si addensino,
spiragli che hanno il sapore
di ora, di adesso
scampoli di vita resistente
come fiore sottile
che sboccia su un muro
vuoti di memoria abbastanza presenti
ricordi nitidi
come nuvole di cielo
abbraccio leggero e possente
insieme
nel silenzio
frammenti di colore e bellezza
per disappannare gli occhi
in un tempo
fattosi flauto flebile
a scandire intervalli chimici.

incontrasi nel silenzio
nel silenzio incontrarsi per un saluto.

il mondo fuori è una porzione
incorniciata oltre la finestra
è ormai altro.

nel silenzio
stringersi di mani
sorrisi che sanno di lacrima
silenzio che sa di vita
scrivere in una lettera al domani
parole d’amore in un tempo eterno
guardando
per vedere
Sisifo felice.


“sembra questo, sembra quello
sembra brutto, invece è bello
sembra un cesto, ma è un cappello
sembra un monte, ma è un cammello
l’importante è di capire
che si può sempre sbagliare
e che spesso non vuol dire
quel che sembra è come appare”

---
con la gratitudine profonda e il ricordo di B., del percorso di vita fatto insieme, con la gratitudine per i suoi cari che hanno autorizzato come B. chiedeva di poter condividere con tutte/i queste parole.

...
Riferimenti:

1.

Maria Enrica Agostinelli, Sembra questo, sembra quello, 1969, Salani Editore

Commenti

Post più popolari